Non vesto altro che ciò che mi piace indossare. Di accessorio porto solo un rosario indiano con cui mi ricordo di respirare, a fondo.

Le canzoni le trovo in giro.

Poi prendo la chitarra, mi faccio un caffè, mi metto sul balcone, e guardando i tetti della periferia di Milano mi suono tutte le storie che ho raccolto, come se rilegassi le pagine di un diario di viaggio.

Il mio ultimo album si chiamava Sipario, perché volevo che fosse l’inizio di un lungo spettacolo catartico da cantare vivendo, o vivere cantando, insomma, atto dopo atto. Se ascolti bene ci senti anche i marinai francesi che brindano ai loro prossimi viaggi, come il marinaio che balla il tip-tap in quel film di Fellini.

Sembrano passate dieci vite da quando sono partito con il mio taccuino per Londra, non sapendo assolutamente che sarebbe stato della mia vita. Figurati, avevo 19 anni e prendevo un aereo per andare a vivere nella metropoli mangia-uomini, senza sapere né dove avrei dormito, né se avrei trovato lavoro per viverci. Avevo prenotato solo un letto per tre notti in una camerata da 15 persone a Russel Square. 

Una notte, girovagando per Soho, sono finito al Ronnie's Scott, il Jazz Club. Mi sono trovato a cantare chiudendo gli occhi perdendomi nelle note, per capire che lì in mezzo ai musicisti col microfono in una mano e la birra nell'altra, io ci stavo propro bene.